Delitto e castigo

"Delitto e castigo" di Fëdor Dostoevskij, adattamento e regia Konstantin Bogomolov, 24 - 28 maggio
 

a cura del Liceo Laura Bassi
Bologna


 

CLASSE V O
Miriam Bichri
Margherita Meliconi
Sofia Rambaldi
Adriana Sibilio
Matteo Venturoli


Docente: Prof.ssa Rossana Cappucci



LA RECENSIONE


Il Raskol’nikov di K. Bogomolov, nero, riccioluto e in carne, piomba sulla scena rappando “Bello Figo”. Dopo aver commesso l'efferato omicidio di Alena Invanovna, una mondana vecchietta, cerca in ogni modo di sfuggire alla giustizia, fino a quando viene costretto a costituirsi, senza però quel processo di pentimento cruciale in “Delitto e castigo” di Dostoevskij.
Conosciamo poi altre storie attraverso i monologhi dei diversi personaggi:
il padre di Sonya, Marmeladov, rigetta con risolutezza ogni misericordia, raccontando la sua discesa nell’alcolismo e tutto ciò che ne consegue, come la perdita del lavoro, del rispetto della sua famiglia e della sua stessa umanità, che lo porta addirittura ad abusare della figlia.
Il secondo monologo è quello di Nikolka, deriso dalla società a causa della malattia fisica da cui è afflitto. Con voce strozzata dall’emozione, Nikolka ripercorre la sua gioventù, richiamando in sé l’innocenza tipica dei bambini e denunciando la cattiveria degli adulti che lo trattano come uno stolto, soffermandosi solo sul suo aspetto fisico.
È importante capire come questi monologhi mettano in luce gli aspetti terribili e spaventosi che la società si impegna a nascondere, fornendo uno scorcio sul marcio che ognuno di noi finge di non vedere.
Uno degli esempi più calzanti è impersonato da Svidrigailov, un ricco uomo di mezz’età morbosamente attratto da Dunya, sorella di Raskol’nikov. Questo personaggio incarna l’atrocità della violenza legalizzata, della pedofilia e dell’abominio, concessagli perché benestante.
Ne risulta una forte critica alla perdita dei valori e alla degradazione culturale della società consumistica. Quattro schermi televisivi simboleggiano l’imposizione di un profondo conformismo intellettuale, un conformismo che trascende l’apparenza e mette radici in ognuno di noi, incentivando la perdita di un pensiero individuale specifico. Inoltre la staticità della scena diventa metafora di una immobilità spirituale evidente nel protagonista, che rimane indifferente davanti alla brutalità delle sue azioni.
Incredibile come l’arte teatrale risulti funzionale a questo scopo, colpendo lo spettatore in modo tanto violento da risultare fastidioso, sciogliendolo dalle catene che lo inibiscono, permettendogli di vedere oltre la superficie, oltre il mare di notizie - anche terribili -  a cui è sottoposto ogni giorno dai mass media, ma che non scalfiscono minimamente la corazza di insensibilità che con gli anni ha costruito.
Tutto è scarnificato, messo a nudo e nel contempo tutto è santo in un mondo in cui “santo” non significa più nulla.
E allora Cristo si fa di plastica, l’assoluzione si compra al centro commerciale e l’empatia si spezza.
 
LA RUBRICA
 
E' uno spettacolo destinato ad un pubblico dinamico e partecipe che, provocato, si interroga senza abbandonare la sala. Le continue allusioni sessuali, rese più irritanti dai versi di un rumorista sulla scena, un Cristo manichino, uno schermo che ipnotizza, una telecamera che riprende personaggi sporchi di sperma e di nutella, sono i funghi della società, parassiti nascosti.
Apprezzare e capire questo spettacolo richiede tempo che il regista non concede. Il ritmo non permette allo spettatore di comprendere le sue emozioni come a Raskol’nikov di pentirsi.
È una metafora della società odierna, sempre più frenetica, dove non ci si ferma per capire e per riflettere, dove una notizia su una tragedia come la guerra o il naufragio di migranti è immediatamente dimenticata sulle note dell’ultimo successo di Nicky Minaj.
 

Calendario Stagione 2016/2017

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