L'uomo dal fiore in bocca

"L'uomo dal fiore in bocca", di Luigi Pirandello, regia Gabriele Lavia, il 21 e 22 febbraio
 

a cura del Liceo Sabin
Bologna


 

CLASSI quarta e quinta Scienze Umane: Arianna Benazzi, Gemma Ferri, Chiara Bolognini, Larisa Coralli , AnnaMaria Zanetti, Giulia Rinaldi, Nausica DePonzio, Sofia Roncarati e Mia Megla

Docente: Prof. Mirca Buttazzi



LA RECENSIONE

Lo spettacolo “L’uomo dal fiore in bocca” di Gabriele Lavia è stato realizzato a partire dalla rivisitazione delle novelle pirandelliane “La morte addosso” e “Il giuoco delle parti”.
L’incipit narrativo è offerto dal passeggere (pacifico) che deve raggiungere la famiglia, ma perde il treno per un soffio, trafelato dalle innumerevoli commissioni ordinate da moglie e figlie ora in villeggiatura.  E tale pretesto consente la messa in scena di un dialogo incalzante e serrato con il protagonista (l’uomo dal fiore in bocca).
Se   l’uomo dal fiore in bocca e l’uomo buono e pacifico mettono in scena una comunicazione linguistica e non verbale incisiva ed efficace, viceversa, la moglie del primo rimane sullo sfondo mentre passeggia sulla pensilina della ferrovia ed è visibile attraverso la vetrata e nominata dal marito nel passaggio della sua figura. La cassapanca per i passeggeri in attesa è sormontata da una lunga e suggestiva vetrata sulla quale si impone un grosso orologio d’epoca senza lancette. 
 Le luci e l'illuminazione intervengono per sottolineare o suggerire che c’è altro da vedere e su cui riflettere seppure in una rassicurante   scenografia di una tipica stazione ferroviaria inizi novecento, che contiene nel suo panciotto un orologio degno del coniglio di Alice, è dunque una dimensione senza tempo? o è l’universalità del tempo? O.. che cosa è il tempo?
Gli oggetti sulla cassapanca sono i pacchetti infiocchettati, macchie di colore che non bastano mai, che conducono al desiderio, agli acquisti, al riempimento dei vuoti, al senso dell’esistenza, suggestioni guidate e al contempo libere dello scrittore Pirandello, del filosofo Schopenhauer con il quale l’uomo dal fiore in bocca   duetta e rimbalza, con convincimento ed eleganza.
Il coinvolgimento sonoro è nel rumore assordante del treno che scandisce il tempo e racchiude l’intero spettacolo in una struttura ad anello temporale e narrativo che non riesce mai a liberarsi dalla pioggia battente, dai tuoni e dagli attacchi temporaleschi improvvisi.. Tutti i suoni sono appropriati ed azzeccati, dalla canzonetta che canta l'uomo dal fiore in bocca in dialetto siciliano, dalla pioggia leggera che scandisce il tempo lento e malinconico della storia; l’assalto di toni nello scatenarsi dei tuoni, lo sferragliare dei treni in passaggio. Un sottofondo musicale lieve è presente quando compare la donna, in concomitanza della chiusura di un argomento segnalato marito sino ad affidarsi a richiami musicali a cui affidare l’egregia funzione di sottolineare le considerazioni anche quelle più amare e giungere a quella culminante di una terribile verità (l’epitelio rivelato) che ritorna sui significati della vita e della morte.
Seppure con la presenza di soli due attori e di una terza impalpabile ma indispensabile presenza di attrice, i corpi recitanti e simbolici sono riusciti a riempire lo spazio in maniera molto accurata e con grande abilità fisica da far completamente immergervi lo spettatore. Si è nel loro mondo, nello spazio occupato dalla paura della morte, uno spazio che necessita anche di momenti di silenzio e attenzioni nuove. Non basta, lo scatto empatico si manifesta in piu’ passaggi e si concretizza nell’Arrivo-Partenze, nelle quali il tempo pare non collocarci con esattezza e orientamento.  E come potrebbe?
Ciò che si riceve è la sensibilità artistica ed espressiva trasposta in un opera d’arte universalmente efficace.


LA RUBRICA: NOI TRA PALCO E REALTÁ


 L’uomo è un animale metafisico, un animale che a differenza del cavallo, del maiale o del bue sa di morire e questo sapere è anteposto anche alla stessa vita.
Ebbene sì, che attraversi nella sua esistenza momenti insignificanti o aulici, è in attesa di morire.
Questa verità ce la rimbalza l’uomo dal fiore in bocca nel dialogo incalzante con l’avventore pacifico, in una saletta ferroviaria nel tempo (novecentesco) e senza tempo, con il contributo della donna, della moglie pre-occupata, in ombra dietro la vetrata della sala d’attesa ferroviaria. 
Pirandello (Lavia) ci trasmette il senso del tenace accanimento alla propria esistenza senza mai cadere nella retorica, affidandosi invece a quell’ umorismo e quel sarcasmo drammatico che induce il protagonista a chiamare "fiore" il tumore maligno che lo condanna.
 
 “Perchè vivere se dobbiamo morire?” Forse per entrare nel “colloquio” e, in questo magistrale atto teatrale ci viene offerto un emblematico colloquio fra un uomo che si sa condannato a breve morte e che per questo prosegue la vita con urgenza appassionata, e un ometto pacifico   come tanti che vive un’esistenza convenzionale, senza porsi il problema di essa.
Insignificanze e significanze vissute o ancora da vivere, un passaggio di conoscenze e azzeccati riferimenti del filosofo Schopenhauer, permettono di coinvolgerci sugli argomenti sulla vita e sul suo inesorabile finire.
L’atto teatrale incalzante e intenso nel rivelare compiutamente la capacità di affrontare il tema umano decisivo dell’inevitabilità della morte ci dispiega la paura di affrontarla e il tentativo di resistere, perché l’attaccamento alla vita ha sempre il sopravvento.
 

Calendario Stagione 2016/2017

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