Mr Pùntila e il suo servo Matti

"Mr Pùntila e il suo servo Matti" di Bertolt Brecht, regia Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, 
30 marzo - 2 aprile

 


a cura dell' ITC di San Lazzaro di Savena


 

CLASSE 3 DL: Acanfora Anna, Ahmed Saria, Amesso Anna, Bicego Cecilia, Bonsignore Eugenio, Calderone Anna, Campochiaro Ines, Ciarleglio Francesco, Domenicali Asia, Fabbri Martina, Hagedoorn Camilla, Landi Alice, Latino Edoardo, Mancuso Carolina, Marangon Michela, Marcacci Giulia, Margini Alice, Martone Riccardo, Mossina Chiara, Neri Martina, Pagani Andrea, Pisani Valentina, Talarico Beatrice, Zoccoletto Elisa

Docenti: Prof.ssa Daniela Zani



LA RECENSIONE

È in scena all’Arena del Sole lo spettacolo di Bertold Brecht “Mr Pùntila e il suo servo Matti”, tradotto e reinterpretato dal teatro dell’Elfo, composto da dodici attori. È la storia tragicomica del ricco industriale Pùntila che da ubriaco concede prestiti, si fidanza con tutte, non licenzia nessuno e da sobrio è un gelido capitalista opportunista e prevaricatore; gli fanno da contrappunto il suo autista Matti, sua figlia e altri personaggi che mostrano altri volti di grottesca umanità. Nessuno si salva in questa carrellata di ricchi, di medio borghesi, di proletari: tutti, uomini e donne, vivono nell’opportunismo o nell’incapacità.
Ma questo spettacolo, in fondo così amaro e poco indulgente, coinvolge tutti con una sapiente dose di comicità grottesca.
La platea dell’Arena è piena di persone di tutte le età, che rimangono coinvolte durante tutto lo spettacolo.
 Fin da subito è evidente che lo spazio scenico è diviso in due parti: una parte superiore in cui vengono proiettati su uno schermo dei brevi titoli che introducono, come su una vecchia pellicola muta, ogni cambio di scena e una parte inferiore nella quale si esibiscono gli attori. Talvolta però gli spazi si confondono e scene, dialoghi o interventi musicali avvengono anche nella parte alta della scena.
 Gli oggetti di scena utilizzati hanno un aspetto povero, minimale, dai colori sfocati: tendine per delimitare lo spazio e per entrare ed uscire dal palco, tranci di bue, una vasca-sauna, tutte evocazioni simboliche della crassa ricchezza borghese del protagonista Pùntila. Bottiglie e bicchieri sui tavoli, sedie, casse di grappa, una scala, balle di paglia, festoni per la festa sono i pochi oggetti aggiunti.
  Anche il denaro con il marchio di Pùntiland è protagonista della scena, sulla quale a un certo punto troneggiano pure due maiali: la connotazione della sporcizia del dio denaro non poteva essere più esplicita.
 Una musica di violini, fisarmoniche, tamburi, mandolini accompagna dal vivo l’azione scenica, segnando il ritmo dei movimenti narrativi e dando spessore ai personaggi secondari. Viene ripresa la modalità di Brecht del teatro-canzone con i canti popolari e l’arrangiamento delle musiche originali; molti suoni narrano i tuoni, gli incidenti, i cambi di scena.
 Il lavoro delle luci è notevole: evidenzia nettamente la contrapposizione giorno/notte e l’enfasi di alcune battute. Una fioca catena di lampadine s’intreccia sul palcoscenico rimandando l’atmosfera delle lampade a pochi watt degli anni Quaranta, ma una luce diretta viene ad illuminare i vari personaggi durante i monologhi, lasciando il resto in penombra. D’impatto è l’effetto dei fari di un’auto puntati verso la platea: il pubblico ne rimane abbagliato, disorientato. Questa trovata ha sottolineato un senso di confusione generale, di mancanza di punti di riferimento.
Il linguaggio dei dialoghi, nella traduzione di Bruni, risulta contemporaneo, volutamente scurrile e informale durante tutta la durata dello spettacolo, in alcuni casi ciò aiuta la comicità, in altri evidenzia la prevaricazione tra i ruoli e tra i sessi, talvolta eccessiva.
Le scene dialogate sono intervallate dalle canzoni e dalla musica; gli attori che cantano sono muniti di microfono, mentre gli altri lavorano molto sulla loro voce; spiccano quelle di Pùntila, di Matti e di Eva.
La connotazione dei personaggi attraverso i costumi pare realistica e sobria, attribuisce chiaramente il ceto di provenienza, il cappello d’autista per Matti, il vestito di sartoria per il signor Pùntila, lo scialle di pelliccia per sua figlia, la tuta da metalmeccanico per l’operaio licenziato; ogni personaggio sembra fissato per sempre, incapace di cambiare abbigliamento e quindi di cambiare se stesso.
Notevole il linguaggio del corpo per sottolineare l’azione scenica: l’incedere di Pùntila ubriaco o sobrio, l’ancheggiare di Eva come marchio di genere sottomesso, la spavalderia di Matti.
Il movimento delle scene e dei personaggi si risolve in fondo in un immobilismo, che lo spettatore osserva senza poter ricavare una soluzione, uno scioglimento che assolva qualcuno, che proponga una direzione chiara..


LA RUBRICA: NOI TRA PALCO E REALTÁ


Che cosa racconta oggi Il signor Pùntila e il suo servo Matti che Brecht ha scritto nel 1940?
E’ un’opera ancora in grado di parlare con il pubblico di oggi?
Sicuramente le tematiche della prevaricazione dei ricchi sui poveri, lo sfruttamento dei proletari da parte dei capitalisti, le discriminazioni di genere che bene appaiono nella commedia sono ancora attuali e rispecchiano ampiamente la realtà del nostro mondo globalizzato. Viviamo in un mondo solo apparentemente più libero, ma sempre più dipendente dal benessere economico e dall’ansia di raggiungerlo.
Il capitalismo è più subdolo e ramificato, le discriminazioni sociali e di genere possono chiamarsi in altro nome, ma sono ancora triste realtà
Con sguardo visionario Brecht ci propone un’opera in cui non ci sono né vincitori né vinti nel conflitto tra le classi, ma solo schiavi di un meccanismo economico in cui nessuno è felice: anche il lusso non rappresenta una scelta etica che porta al raggiungimento della felicità.
Lo stesso concetto di unione tra oppressi è sfumato, solo accennato, come se l’autore stesso non credesse in una catartica rivoluzione: i ruoli di sfruttato e sfruttatore sono quindi parte del corredo genetico dell’umanità? La messa in scena del Teatro dell’Elfo enfatizza questa mancanza di direzione salvifica per il genere umano. Le risate strappate al pubblico risuonano nel vuoto.

 

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